Perché gli automobilisti ci odiano

“Perché gli automobilisti ci odiano???” Questa domanda è stata sollevata, qualche sera fa, nel corso della presentazione del libro “No Bici” di Alberto Fiorillo. Nessuno dei presenti ha saputo o voluto rispondere all’interrogativo ed io non me la sono sentita di intervenire dato che ero appena arrivato (in ritardissimo), sudato ed affannato per aver attraversato Roma due o tre volte in sella alla bici. Ma la domanda merita una risposta, provo a darla qui. Gli automobilisti “odiano” i ciclisti per tre fondamentali motivi.

1 – Siamo belli
Ormai se ne è accorta anche la pubblicità: la bicicletta viene usata dalle case di moda per veicolare uno stile di vita “fashion”, e mostrare biciclette accanto ad attori e modelli invariabilmente bellissimi crea un collegamento automatico.
In realtà i ciclisti non sono più o meno belli degli altri, ma il fatto in sé di andare in bicicletta attiva negli altri la percezione di modelli di “bellezza” ben più profondi ed archetipici di quelli superficiali, laccati e stucchevoli elaborati da cinema e televisione.

Tutta la nostra evoluzione sociale e culturale non ha potuto cancellare gli istinti basici della specie umana, sappiamo ancora riconoscere il valore della forza fisica, della prontezza di riflessi, dell’agilità, dell’equilibrio, e non possiamo resistere alla fascinazione dell’intelligenza necessaria a gestire queste capacità in un ambiente ostile e rischioso. La “bellezza” dei ciclisti urbani non è quindi un dato puramente estetico (anche se l’esercizio fisico aiuta a conformarsi ai modelli estetici dominanti), ma qualcosa di molto più profondo, viscerale e percepito ad un livello del tutto istintivo. Fascinazione capace, come ogni forma di esibizione fisica, di ingenerare meccanismi inconsci di rivalità.

2 – Siamo liberi
Il senso di libertà è forse il messaggio chiave al quale le pubblicità martellanti ed invasive delle case automobilistiche sono solite legare i propri prodotti. A ragionarci su un attimo, una forma di libertà ottenibile solo chiudendosi all’interno di una scatola (a ruote) fa abbastanza ridere, eppure l’innegabile successo globale di questo tipo di comunicazione testimonia sicuramente due cose: da un lato una straordinaria capacità di manipolazione delle idee da parte dei pubblicitari, dall’altro una altrettanto straordinaria e simmetrica incapacità, da parte di molti, di articolare una semplice analisi.

Ma è solo dopo aver effettuato l’acquisto che l’automobilista inizia a percepire (e contemporaneamente rimuovere) quale sia il rovescio della medaglia: spese su spese (carburante, bollo, assicurazione, manutenzione, multe…), elevati livelli di stress personale (l’attenzione alla guida, alla segnaletica, la convivenza in spazi urbani sovraffollati di altri veicoli, le code e i rallentamenti, gli inevitabili piccoli incidenti, l’assenza cronica di spazi di sosta, ecc, ecc…), e da ultimo la sensazione sotterranea di essere caduti in trappola ed essersi lasciati fregare. Niente, comunque, che non possa essere curato con una buona dose serale di rimbambimento catodico, farcito di automobili nuove e luccicanti che si muovono libere in scenari aperti e spettacolari e che nel far questo non mancano di sedurre splendide donne.

In questo meccanismo perfettamente oliato di condizionamento mentale ed autoasservimento il ciclista rappresenta il classico granello di sabbia in mezzo agli ingranaggi. Perché l’andare in bici illustra, letteralmente, l’essere fuori dalla “scatola (a ruote)”, ovvero la differenza tra dentro e fuori. Nel vedere un individuo (della propria stessa specie) scorrazzare libero all’aperto, l’automobilista diventa istintivamente consapevole della propria condizione di costrizione.

Oltre all’assenza di un “carapace” metallico, i ciclisti godono di altre forme di libertà derivanti dalla loro leggerezza e dal minimo ingombro dei propri veicoli: potendo utilizzare per i propri spostamenti spazi che agli automobilisti sono preclusi. Di fatto nella circolazione sulle strade i ciclisti subiscono un’organizzazione viaria resa obbligata dalla presenza stessa delle automobili, e sono soggetti a vincoli ed imposizioni che in assenza di automobili cesserebbero semplicemente di aver senso (i semafori, tanto per dirne una, o i sensi unici…).

Non stupisca quindi se molti ciclisti decidono di ribellarsi a queste vessazioni legalizzate praticando modalità “alternative” di utilizzo delle strade e degli spazi condivisi. Modi d’uso “anarchici, sregolati ed illegali” solo se letti in un’ottica totalmente autocentrica (come quella purtroppo condivisa dalla maggior parte della popolazione italiana), ma del tutto sensati e coerenti con le specificità di veicoli strutturalmente e concettualmente diversi.

I ciclisti sono liberi anche e soprattutto mentalmente: liberi dai condizionamenti sociali, dal bisogno di apparire, dal conformismo. Il ciclista sfida la mentalità imperante.

3 – Siamo felici
Le precedenti due affermazioni non possono che portare alla terza ed ultima constatazione: i ciclisti sono mediamente meno sacrificati e quindi più felici degli automobilisti. Chi sceglie di andare in bicicletta lo fa deliberatamente, perché gli/le piace, e normalmente la soddisfazione di fare qualcosa che piace traspare nei volti e nel “linguaggio del corpo”. I ciclisti che si incontrano sulle strade sono in genere sorridenti, o al più concentrati. Non vedrete mai un ciclista schiumare di rabbia impotente perché bloccato in un ingorgo: c’è sempre un marciapiedi, una via secondaria, un passaggio pedonale in cui svicolare, magari bici a mano. I ciclisti sono tali perché non si lasciano intrappolare, nemmeno mentalmente.

Questo per quanto riguarda le mie risposte alla domanda del titolo. In realtà, poi, tecnicamente quello di cui stiamo ragionando non è nemmeno odio. Ciò che gli automobilisti proiettano su di noi è solo la loro stessa frustrazione. La percezione (inconfessabile) di essere “dalla parte sbagliata”, di aver operato scelte di vita discutibili, di stare sporcando, inquinando, consumando risorse senza neppure ricavarne un reale beneficio.

Studi condotti sulle popolazioni cinesi esposte al recente boom economico dimostrano che a fronte di una maggior ricchezza non si registra un corrispondente aumento nella felicità delle popolazioni, che al contrario appare declinare. Pensate a questo la prossima volta che girerete la chiave per avviare la vostra automobile, o vedrete un ciclista (o una ciclista) che vi sorpassa con aria allegra e sbarazzina. Pensate che tutto potrebbe essere diverso. Anche per voi.

Annunci

45 pensieri su “Perché gli automobilisti ci odiano

  1. Uno dei post più belli che abbia mai letto sull’argomento, in particolare mi è piaciuta l’analisi sulla pubblicità. Ci avete fatto caso che in tutte le pubblicità di automobili, queste si muovo in strade completamente deserte? Facciamo una pubblicità in cui il SUV di 6 metri invece di correre libero in una strada perfetta e sgombra rimane bloccato nel traffico e non riesce a trovare parcheggio per la propria gigantesca dimensione! Bellissime inoltre quelle (come quella recente della Mini Cooper) in cui gruppetti di ventenni felici scorazzano derapando in strade anch’esse deserte e per 2 secondi in fondo compare una scritta “Piloti professionisti in condizioni di sicurezza, non imitare!”. Che ipocrisia… E intanto la gente ci casca sempre…

    Mi piace

  2. Sono automobilista, motociclista e utilizzo la bicicletta per muovermi in città quotidianamente. Ma muoversi nel traffico con la bici comporta dei rischi e degli obblighi molto diversi in base al veicolo che si guida. Trovare chi rispetta le regole per strada è difficile, mi piace pensare che ognuno fa ciò che può. Noto però che molti dai ciclisti si prendono decisamente troppe libertà (rischiose) decisamente fuoriluogo per quelli che io considero, dopo il pedone, gli utente più deboli e vulnerabili della strada. Troppo spesso mi trovo di notte, sui viali, gruppi di ciclisti senza fari contromano che sbucano senza guardare, ciclisti al cellulare con la guida “a slalom” che obbligano le automobili a manovre assurde, biciclette senza freni, biciclette sui marciapiedi, biciclette contromano, biciclette sovraffollate. Favorevole all’uso della bicicletta, la mancanza di percorsi dedicati rende la vita difficile a chi sceglie questo mezzo, ma molto spesso sulle poche ciclabili che ci sono a Firenze mi trovo solo, affiancato da diversi ciclisti che invece stanno per strada, paralleli a me creando difficoltà al normale flusso delle auto. Ci sono volte in cui, al volante, ho letteralmente evitato per un soffio di avere un incidente con un ciclista imprudente che pensa bene di infilarsi su una strada a grosso scorrimento senza guardare, o passando col rosso. In quelle situazioni mi chiedo se il ciclista ha la vaga idea di cosa abbia rischiato, e spesso mi rendo conto che non si è minimamente accorto della mia presenza. Andare in bicicletta non ha mai reso nessuno migliore di nessun altro, per strada l’unica legge che vige deve essere il rispetto per gli altri, a maggior ragione da chi nel traffico è piccolo, quasi invisibile, lento e fragile come un ciclista. Prudenza. Questa è la mia filosofia quando sono in sella, noto spesso molta arroganza proprio nei ciclisti che si lamentano di quella degli altri, parcheggiando ovunque gli capiti, ignorando semafori e incroci convinti di essere nel giusto solo perchè “green”. Per non parlare poi dell’uso del casco, che credo dovrebbe essere obbligatorio per chiunque utilizzi una qualsiasi strada, specialmente in città. Sono molto lungo in questa mia risposta alla domanda del vostro post, e chiaramente sto parlando in termini non universali, forse un poco provocatori. Come ogni automobilista dovrebbe farsi un esame di coscienza chiedendosi se esiste un altro modo per muoversi, anche il ciclista potrebbe fare una riflessione sul fatto che non ha nessun diritto in più avendo scelto un mezzo piuttosto che un altro. Mi scuso con tutti i ciclisti “per bene” da parte di un automobisita-motociclista-ciclista che cerca di coesistere con gli altri nel traffico quotidiano non sentendosi nè odiato nè amato da nessuno, ma solo consapevole della propria scelta, del proprio rischio e con l’augurio che in un futuro spero vicino, sia possibile girare liberamente con meno pericoli, meno traffico e meno inquinamento.

    Mi piace

    1. Ciao Samuele,
      Intanto ti ringrazio del lungo commento. Non condivido proprio tutto, ma apprezzo l’intenzione di fondo che è quella di “preoccuparsi” per l’incolumità altrui. Da automobilista che usa anche la bici tu ne hai sicuramente una percezione diversa rispetto a chi si è sempre e solo mosso in automobile.

      Come te, anch’io spesso vedo ciclisti “improvvisati” fare manovre pericolose. Non ne faccio tanto un punto di “rispetto delle leggi” perché le leggi stesse non sempre tutelano l’incolumità del ciclista, rifiutandone le specificità ed omologandolo ad un qualsivoglia autoveicolo, fingendo di ignorare la sostanziale fragilità rispetto al rischio derivante da impatti, con veicoli o, per sbilanciamento, col suolo.

      Permettimi però di far notare che se per spostarsi da un luogo all’altro occorre tanta attenzione, determinazione, conoscenze di base (segnaletica) ed esperienza, ci troviamo di fronte ad un sistema di trasporto ad alto rischio. E’ un punto che sfugge facilmente, dato che ci viviamo letteralmente immersi e finiamo col percepirlo come “normale”. Visto da fuori, da chi l’automobile non la usi quotidianamente, l’idea di lasciar scorrazzare mostri di metallo per le vie cittadine a velocità irragionevoli potrebbe non apparire una soluzione particolarmente brillante.

      Anche tu parli di “creare difficoltà al normale flusso delle auto”… personalmente trovo che di “normale” tale flusso abbia solo la ripetitività quotidiana, e non debba per questo solo motivo essere giustificato. In altre realtà il “normale” flusso delle auto è molto più lento, ordinato e collettivamente gestito. Ti invito a domandare ad un qualsiasi ciclista del Nordeuropa quanto trovi “normale” il traffico italiano.

      Riguardo all’andare sui marciapiedi ho scritto un post esaustivo, personalmente lo faccio sempre a bassa velocità… mai tanto bassa quanto quella degli automobilisti che sui marciapiedi ci si parcheggiano occupandoli “manu militari” senza suscitare alcuna riprovazione. Almeno qui dove vivo io, spero che la tua situazione sia migliore.

      Chiudo con la tua considerazione che “il ciclista dovrebbe riflettere sul fatto che non ha nessun diritto in più”. Io ci ho riflettuto ed ho concluso che il ciclista, di diritti, ne ha molti di meno. E se non comincia a rivendicarli probabilmente non li avrà mai… Magari non rischiando la pelle, ma facendosi vedere e tornando ad occupare quegli spazi, ormai pericolosissimi, dai quali in tempi lontani è stato estromesso.

      Mi piace

      1. Saluti a voi tutti, da ciclista fortunato a poter usare la bici per gli spostamenti cittadini durante tutto l’anno…
        mentre leggevo la risposta di Samuele Magonio pensavo giusto qual che ha commentato Marcopie, con particolare riferimento al “normale flusso delle auto…” ed alla occupazione “manu militari” di strade, marciapiedi e naturalmente piste ciclabili, poche e maltrattate…riporto quel che ho già scritto altrove…in Inghilterra, per diminuire il traffico di auto, sono state aumentate le dimensioni delle ciclabili e diminuite le corsie destinate alle auto. Risultato: auto sempre più lente delle bici e latente ìinvito a lasciare l’auto in garage e prendere la bici. BiBingo!!!!

        Mi piace

      2. Ciao!

        Dici bene, ma quali diritti?
        Tutti, persone comuni e politici, parlano solo di regole che anche i ciclisti devono rispettare, e in cambio cosa abbiamo?

        Incroci che mettono a rischio la nostra incolumità anche quando passiamo col verde, incentivi all’uso dell’auto con posteggi sotterranei sempre più capienti, nei centri città già super affollati di auto, supermercati con altre centinaia di posti auto in ogni angolo della città e dell’hinterland e piste ciclabili che molto spesso sono soltanto delle strisce colorate senza alcuna protezione a cui pochissimi automobilisti prestano attenzione (e questo vale anche per le strisce pedonali: sono pochissimi gli autisti che si fermano alle strisce per far passare le persone, quando non v’è alcuna segnaletica verticale!).
        Se qualche ciclista va in contromano (in alcune città italiane ed europee è divenuto legale!) o sale sui marciapiedi (alcuni solo larghi e privi di “traffico pedonale”), non lo fa per cattiveria, ma per sopravvivere, per stare lontano dalle auto (infatti in contromano non si hanno, dietro le spalle, code chilometriche di auto che clacsonano per far scansare il povero e innocente ciclista, e anche chi esce dall’auto posteggiata, non dovrà guardare lo specchietto, ma vedrà il ciclista arrivargli davanti, quindi si incorrono in meno incidenti stupidi).

        E comunque in origine le strade dei centri cittadini non erano mica pensate per le auto, per questo sono stati ideati i sensi unici. Certo, neanche per le bici, ma queste sono più strette anche di un cavallo!

        Saluti!

        Mi piace

    2. Ciao!
      Sono molti i ciclisti non molto esperti nella conduzione del mezzo che creano pericoli per sè, per gli altri ciclisti, per i pedoni e per gli automobilisti, ma se un ciclista pedala dritto e non va a zig-zag, se frena senza inchiodare, se segnala i propri spostamenti col braccio teso, se ha le lucine, ecc., ti assicuro che la condizione del ciclista urbano non migliora tanto, perchè io posso rispettare ogni regola, farmi vedere e non intralciare il traffico di auto (peccato che le auto intralcino il flusso di bici e pedoni, spaventati dalle auto, infatti prima di attraversare col verde si dovrebbe sempre guardare altre 2 volte le varie strade che convergono in quell’incrocio, di pazzi che passano col rosso è pieno e se lo fa una bici non succede niente, se lo fa un’auto ci scappa il morto, questa è una PICCOLA differenza capita da pochissimi), ma se passando col verde, anzichè magari col rosso anche se la strada è miracolosamente deserta, arriva un’auto col rosso io schiatto a terra, se sto sul lato destro della carreggiata e un’auto di fianco o poco dinnanzi a me svolta senza freccia io la becco e mi faccio male!

      Come vedi rispettare le regole, e questi sono solo 2 esempi a me più familiari, non comporta alcun beneficio!
      Preferisco intralciare il traffico delle auto (?) stando verso il centro della corsia che sul lato, data la presenza assidua di auto che svoltano e che escono dai parcheggi senza freccia o con persone che aprono la portiera senza guardare. Per ovviare a questi “inconvenienti quotidiani”, io come rimedio uso o il fischietto o li insulto, per fargli capire la gravità del gesto (“Ma sei pazzo/a, vuoi farmi cadere?!?”).

      A volte mi passa davvero la voglia di prendere la bici in città, perchè a me mica piace NON prendere le piste e invadere (???) le strade (che poi sulle strade prima ci andarono i cavalli, poi le bici e solo poooi le auto, ma vige non la legge della giustizia, ma del più forte), ma se dalla periferia devo andare in centro, non volendo/potendo allunganre il giro, mi tocca fare strade lunghe, dritte, strette, piene di auto da tutte le parti che mi fanno deprimere o incazzare.

      Saluti.
      PS: nel tuo avatar sei dentro un’auto, LOL

      Mi piace

      1. D’accordo, la mia risposta forse eccessiva sembra escludere la possibilità di un cambiamento, e dalla mia posizione di ciclista mi sono sempre visto più come un pedone che come un veicolo, principalmente per motivi di sicurezza. Al momento la vedo così, apprezzo gli spazi in città dove posso circolare senza rischi e lì sono nel mio regno. Per strada la vedo in modo diverso. La soluzione è cambiare proprio questa tendenza, ma mi ritengo fortunato a poter fare alcuni spostamenti in bicicletta, dovendo arrivare ragionevolmente vicino e anche moderatamente sudaticcio, e non ho mai visto la bici come la risoluzione dei problemi di mobilità delle persone.

        Certo, si può fare molto più di così e sarebbe possibile incentivare i cittadini al suo uso allestendo percorsi specifici e rastrelliere (troppo spesso stracolme di rottami). Mi piace pensare che nessuno goda a stare in coda in auto, e che moltissimi se ne avessero la possibilità preferirebbero la bicicletta al posto di altri mezzi per moltissimi degli spostamenti che devono affrontare ogni giorno. Il successo di incentivi del genere può contribuire a cambiare la sensibilità della gente sugli spostamenti, specialmente quelli quotidiani.

        Cerco nella giungla del traffico di avere rispetto per tutti, ritenendo che sia il primo passo avanti verso uno spostarsi armonioso, privo di arroganze da una parte e dall’altra. Sento che è la sola cosa che posso fare.

        P.S. Sì, nella foto sono a bordo di un auto. Per il momento è il mezzo più adatto che ho trovato per muovermi fuori città.

        Mi piace

  3. D’accordo con tutto, ma …..
    Tu menti a te stesso , che felice non sei, per niente….
    Questa continua autereferenziazione, non si spiega altro che con una profonda frustrazione.

    Mi piace

    1. Diagnosi interessante, ma mi permetto di approfondirla.
      Se sono felice è per le scelte che faccio, se sono infelice è per le scelte che fanno gli altri. E la “profonda frustrazione” c’è, anch’essa, e deriva dal dover subire scelte collettive che ritengo dissennate.
      Se i dodici chilometri che separano la mia casa dall’ufficio sono un delirio di lamiere fumanti, o in alternativa un percorso ad ostacoli che mi fa impiegare il doppio del tempo, non dipende dalle mie scelte individuali, ma da un’organizzazione del territorio operata in ossequio al “pensiero unico” prodotto dalla mobilità automobilistica.
      Questo mostruosità quotidiana fatta di scatole puzzolenti e pericolose che inghiottono tempo, denaro salute e vite umane fa parte di un “sogno collettivo” aberrante. Frustrante, invero, è il solo constatare di doverlo combattere.

      P.s.: se risulto autoreferenziale è perché cerco di parlare di cose che conosco, avendole sperimentate personalmente. Il contrario lo fanno quotidianamente innumerevoli “venditori di fumo”, molti anche di notevole successo. A ognuno/a scegliere quali informazioni ritenere util.

      Mi piace

  4. mi sono avvicinato alla bicicletta da poco. la trovo divertente ed anche utile. la uso prima di tutto per le passeggiate domenicali. non mi considero un ciclista “puro e duro”, tutt’altro. ho sulle spalle decine di migliaia di chilometri in motocicletta. con la mia motocicletta sono arrivato a Capo Nord, ho raggiunto luoghi lontani come, ad esempio, Kiev in Ucraina, ho girato l’Europa in lungo e in largo piu’ volte. insomma chi scrive e’ un motociclista incallito.
    sembra che la bicicletta stia diventando un modo di pensare. riconosco nel “movimento” (mi passate il termine?) dei ciclisti uno stile sempre piu’ definito, ne piu’ ne meno di quanto definito possa essere lo stile dei motociclisti. nulla di male in questo.
    mi permetto solo di notare una sorta di “faziosita’” ciclistica che alla lunga puo’ fare piu’ danno che altro. fermo restando che certe rivendicazioni sono assolutamente giuste (piste ciclabili, centri storici aperti solo ai pedoni e ciclisti ecc…) rimane il fatto che sulla strada si muovono mezzi di tutti i tipi e dimensioni, dalla bicicletta al TIR.
    da motociclista sono sempre stato sensibile alle tematiche della sicurezza stradale e mi sono impegnato in prima persona su questioni come la messa in sicurezza dei guardrail. se c’e’ una cosa che ho capito e’ che la sicurezza stradale e’ una questione prima di tutto culturale. le tecnologie aiutano ma prima di tutto ci vuole cultura della sicurezza.
    quando si conduce un mezzo meccanico su strada, che sia una bicicletta oppure un TIR, si deve conoscere il mezzo che si conduce e si devono conoscere le regole della strada. tutto questo deve essere fatto con responsabilita’ e rispetto per gli altri utenti.
    personalmente penso che questo atteggiamento un po’ “snobista” da parte dei ciclisti alla lunga finira’ per produrre contrapposizione senza produrre reale cultura della sicurezza. penso che invece un atteggiamento piu’ “collaborativo” con le altre categorie di utenti della strada possa portare ad una migliore comprensione delle problematiche specifiche che il tipo di mezzo comporta e, come conseguenza, un miglioramento della cultura della sicurezza, cultura che in strada non e’ mai abbastanza.

    Mi piace

    1. Ciao Sandro,
      Avrei voluto risponderti prima, ma sono stati tre giorni piuttosto intensi…
      Indubbiamente c’è una contrapposizione di natura culturale tra ciclisti ed altri utenti delle strada, ma fa parte di un percorso che potremmo definire di “costruzione dell’identità”. Io vado in bici da molti anni, e posso garantirti che prima del cambio di secolo, almeno nella mia città, ad usare la bicicletta eravamo quattro gatti e per il resto del mondo facevamo qualcosa di difficilmente comprensibile ed etichettabile. Col tempo il numero dei ciclisti è aumentato, ma non è parallelamente aumentata la consapevolezza del “mondo esterno” relativamente al chi siamo, cosa vogliamo, perché utilizziamo la bicicletta. Diventa quindi necessario dare dei contorni precisi a questa “nuova figura” apparsa nell’immaginario collettivo, ed è un’esigenza dei ciclisti stessi. Spesso, poi, più che una caratterizzazione in positivo rispetto a cose che di norma fanno un po’ tutti (spostarsi) si è tratto spesso di una definizione “per esclusioni” di comportamenti criticabili, p.e.: “io non inquino”, “io non faccio rumore”, “io non consumo”, “io non occupo spazio”, “io non metto a rischio la vita altrui spostandomi a bordo di un carro armato (SUV)”, e via declinando.
      Ma c’è un altro punto sostanziale in questa necessità di definizione, e riguarda la stigmatizzazione di tutta una serie di comportamenti consumistici, massificati e qualunquisti, l’esigenza di non essere accomunati con “gli altri”, urgente soprattutto in questo nostro disgraziato paese.
      C’è, in Italia, una mentalità diffusa per cui “se lo fanno tutti allora va bene”, una deresponsabilizzazione collettiva che passa attraverso la correità, efficacemente sintetizzata dalla buonanima di Bettino Craxi nel famoso “ma tutti rubano!”, come a dire che se lo fanno tutti allora diventa legittimo. Ebbene, esiste una serie di comportamenti da cui i ciclisti si chiamano fuori proprio per evitare di cadere nel “lo fanno tutti”, che automaticamente discolperebbe gli automobilisti dal parcheggiare fuori dagli spazi loro assegnati, in doppia fila, dal superare i limiti di velocità e dal mettere a rischio la vita altrui ben protetti da air-bag e barre anti-intrusione.
      Su questo punto i ciclisti non ci stanno. Probabilmente per questo suscitano istintivamente nei non-ciclisti un senso di fastidio: siamo una sorta di “questione morale” ambulante, ricordiamo agli altri la loro pigrizia ed i loro vizi.
      E solo pochi sono disponibili all’autocritica.

      Mi piace

  5. Premetto che uso regolarmente la bicicletta (vivo ad Amburgo e non ho l’auto).
    Non sono assolutamente d’accordo con il tema di fonto del suo intervento. Lei afferma una superiorità fisica (in modo provocatorio), ma soprattutto spirituale (un po’ meno) in cui arriva a giustificare comportamenti che trascendono le regole stradali per gli utenti che utilizzano la bicicletta.
    In strada, che io sia pedone, ciclista, motociclista o automobilista ho il dovere di comportarmi secondo le regole, punto. Un ciclista maleducato ha torto rispetto a un automobilista educato.
    Se lei vuole dividere gli utenti stradali in categorie lo faccia per senso civico, non per il mezzo utilizzato. Così non fa altro che avallare l’idea di una scala di valori in base all’oggetto e non alla persona e al suo comportamento. Si comporta esatamente come gli automobilisti che dice di disprezzare.
    Per quanto riguarda il tema salutistico, sono ovviamente d’accordo.
    Tra parentesi, qui in Germania ho vita facile con la bici, ma se non rispettassi le regole mi verrebbe fatta una multa molto salata.

    Mi piace

    1. teoricamente tutto giusto….ma se aspettiamo che ci sia concesso quel che alle auto sembra concesso per diritto divino…stiamo freschi, a cominciare dalle piste ciclabili che non ci sono perchè altrimenti si sacrificano i parcheggi…è un discorso lunghetto, forse lei lo comprende meno bene di altri potendo valutarlo da un punto di vista privilegiato…qui i vigili passano di fianco alle auto parcheggiate sulle ciclabili e tirano dritto…un mio amico quando le vede, ci passa in bicicletta e sputa sulle maniglie delle portiere…schifoso? non saprei giudicare se è peggio lui oppure l’imbecille che si appropria manu militari di uno spazio non suo…del resto abbiamo un sacco di simpaticoni che parcheggiano nel posto dei disabili…e allora sembra giusto appiccicargli sul vetro l’adesivo “se vuoi il mio posto, pigliati anche l’handicap”… Cordiali saluti

      Mi piace

    2. Ma appunto, se in Germania hai vita facile e in Italia no, come puoi, in Italia, pensare di poter rispettare ogni regola, tra l’altro fatta per le auto?
      Se so che quell’incrocio è pericolo col verde, io passo col rosso se vedo che non c’è nessuno! Perchè devo essere schiavo di un colore, se non c’è nessuno? Se guido l’auto non passo, perchè se anche solo sfioro un pedone, gli faccio un bel po’ di male, con la bici invece, andando molto più piano, posso frenare in tempo o scostarmi senza colpirlo, perchè la bici occupa lo stesso spazio in larghezza di una persona all’incirca.

      Mi piace

    3. “vivo ad Amburgo”

      Anni fa, discutendo con un tedesco di lassù, ebbi a dire: “conosco la Germania e l’organizzazione delle ciclabili, ho fatto un viaggio in bici in Baviera (nel 2002)”.
      La sua risposta fu laconica: “I bavaresi non sono tedeschi, sono italiani…” 🙂

      Ora sono convinto che se, poniamo, un australiano, parlasse con quel tedesco e gli dicesse: “conosco l’organizzazione della ciclabilità in Europa, ho girato per Roma in bicicletta”… immagino che come risposta otterrebbe qualcosa del tipo: “Roma non è Europa, è Nordafrica”.
      Con quest’ultima affermazione mi troverei (purtroppo) perfettamente d’accordo. 😦

      Sul discorso del rispetto delle regole non molto tempo fa ho scritto un post. Il “succo” è che il rispetto delle regole non è un valore superiore alla propria sopravvivenza. In un contesto sociale dove le regole non vengono fatte rispettare pressoché a nessuno, e dove comportamenti apertamente criminali (tipo il superamento dei limiti di velocità, o la guida in stato di ebrezza) non vengono perseguiti, stare a cavillare su piccole infrazioni, come l’uso dei marciapiedi, non ha senso. Tra l’altro in molte realtà europee l’utilizzo dei marciapiedi da parte dei ciclisti è consentito e normato, solo qui non se ne vuole sentir parlare.
      Qui in Nordafrica, intendo.

      Mi piace

      1. Scuse, scuse, scuse continue. Siccome nessuno rispetta le regole non le rispetto neanche io. Non va. Esistono regole del buon senso che spesso coincidono con le regole esistenti. Io vado sui marciapiedi in bici, ma se ci sono persone, rallento fino quasi a fermarmi, dò sempre la precedenza a loro perché sono io l’ospite. Non sfreccio accanto ai portoni perché qualcuno potrebbe uscire di corsa. Rispetto quasi sempre i semafori. Quando non lo faccio è solo perché magari è un pedonale e non c’è nessuno nel raggio di 50 metri. O simile. Ecc ecc.

        Mi piace

  6. Bel post, ma ci odiano soprattutto perché facciamo quello che ci pare, senza regole. Non esistono scuse. Sono un ciclista urbano, intermodale, e quando non sono in bici sono sui mezzi pubblici. Cerco di rispettare le regole, mettendo sempre e solo al primo posto la sicurezza, mia e degli altri. Rabbrividisco nel vedere come andate in bici in città, rischiando la vita e mettendo a repentaglio quella altrui, tutti i giorni, in modo vergognoso. Anche la mia, che aspetto il verde per passare. Le regole possono essere trasgredite, ma in sicurezza massima. Invece vedo bici che passano col rosso, fra i pedoni sulle striscie e le macchine che sfrecciano, col telefono all’orecchio o con le onnipresenti cuffiette. Facciamo autocritica, comportiamoci decentemente, pedaliamo con responsabilità.

    Mi piace

    1. Alcuni” fanno quello che gli pare… ed ovviamente sono gli unici che si fanno notare e che la gente ricorda. Nessuno fa caso alla signora che viaggia tranquilla sulla strada secondaria, ma il ciclista che “brucia il semaforo” (spesso per la propria stessa sicurezza, per non trovarsi a partire, più lento, in mezzo al mucchio degli automuniti rombanti) tutti lo vedono e tutti lo ricordano.

      Comunque ieri sera per poco non divento vedovo. Mia moglie stava attraversando col semaforo verde ed un autobus che stava svoltando le è andato addosso buttandola a terra. Solo una botta in testa e tanto spavento, per fortuna, ma io mi sono arrabbiato con lei: “Come fai a fidarti del semaforo verde? Devi sempre guardare, sempre! Per essere sicura che un autista ti abbia visto lo devi guardare negli occhi!!!”

      Il fatto è che ormai combatto il traffico da troppi anni, certi meccanismi difensivi li attuo istintivamente. Non mi rendo più conto nemmeno io di quanto sia realmente pericoloso muoversi in questa città per chi non abbia sufficiente esperienza. Credevo che mia moglie l’avesse… fino a ieri sera.

      Mi piace

  7. concordi in pieno con la “testa” del commento…anche con il resto, ma le prime righe sono una pietra miliare…in pochi si fanno notare, a dispetto della massa di “ligi” alle regole del codice della strada…poi, per favore piantatela di dire “noi ciclisti”…ogniuno di noi ha il suo comportamento del quale si assume tutte le responsabilità, nel bene e nel male….

    Mi piace

  8. Non sono d’accordo. Percorro in bici tutti i giorni il centro di Roma e per la mia esperienza la maggior parte dei ciclisti fa quello che gli pare, in barba alle regole. Si notano e si ricordano non perché sono pochi ma perché sono quasi tutti. Forse è solo un caso, non posso mica parlare per tutta Italia, però quelli “ligi” sono mosche bianche. Un solo esempio: viale trastevere. Ai semafori rossi mi fermo solo io, ogni mattina TUTTI i ciclisti che incontro passano col rosso, chi con prudenza chi non, chi con le cuffiette chi al cellulare. Mi fermo solo io. E la faccio tutti i giorni, da anni.

    Mi piace

    1. Perchè d’altronde come ha scritto qualcuno prima non si deve generalizzare.
      Sia fra gli automobilisti che fra i ciclisti ci sono persone diversissime.
      Di sicuro bisogna attenersi alle regole per rispettare il prossimo, il più debole, nel nostro caso il pedone. Ma, forse, prima ancora bisogna badare alla propria incolumità, quindi se so che passando col verde in quel dato incrocio incapperò in una selva di auto che svolteranno infischiandosene di me, beh, se posso, passo col rosso senza fare del male a nessuno.
      E’ l’auto che col rosso non deve mai passare, perchè l’auto uccide, una bici che parte da ferma non fa neanche un graffio.

      Mi piace

      1. Se la logica che muove i ciclisti è questa capisco tutto. Inutile parlare di autocritica qui, fra i santi. Anche questa è una parrocchia, meglio non disturbare.

        Mi piace

      2. Scusa, ma basta ragionare: se col verde rischio di essere investito (perchè ci sono auto che hanno il permesso di svoltare in quello stesso istante), devo rispettare le regole anche in quel caso anche se le regole non mi tutelano? Io penso a portare a casa la pellaccia, sai com’è e non ho mai investito nessuno, a differenza della maggioranza degli automobilisti che almeno un incidente lo hanno procurato!

        Mi piace

      3. Dani, non contesto il tuo ragionamento nello specifico. Magari gli altri ciclisti che incontro si domandassero come fai tu quello che è maglio fare, ciò che conviene o meno rispettare perché la propria e altrui sicurezza sia massima! Io non ne vedo parecchi! Vedo solo altri ciclisti che non vengono sfiorati da dubbi. Vanno sempre dritti. Quelli che odio di più sfrecciano col rosso mentre le persone attraversano sulle striscie. Poi “chissà perché ci odiano”. Ripeto, serve autocritica non autodifesa. E’ chiaro che siamo un soggetto debole, e ci rimettiamo quasi sempre in strada, ma per questo dobbiamo essere più prudenti noi per primi. Pre-venire! E ogni tanto fermarci a dare la precedenza a un pedone sulle striscie (cosa che non ho ancora mai visto fare), procedere a passo d’uomo sui marciapiedi (anche se sgombri, se in presenza di uscite di negozi o portoni), rispettare un rosso o andare cauti contromano (e magari fermarsi e dare la precedenza alla macchina che viene nel suo verso giusto). E staccarsi le cuffie dalle orecchie perché nel traffico serve avere i sensi all’erta e in massima efficienza! A Roma, purtroppo, come forse in molte altre città, la bici è sinonimo di scampagnata. Così vedo gente all’imbrunire procedere senza protezioni, senza luci, senza casco, senza fischietto (figurarsi), praticamente invisibili, su strade a scorrimento a due corsie per senso di marcia. E magari pretendono di passare col rosso, cavolo, sono in bici, non fanno male a nessuno, e pure di essere visti. Ok. A Roma non c’è cultura della sicurezza stradale a NESSUN livello. Che sia pedone, ciclista, automobilista, scooterista, motociclista, è molto probabile che sia ignorante di regole della strada, di sicurezza e in genere di rispetto per l’altro. Quando ci si chiede, come qui, “perché ci odiano”, io dico soltanto che bisogna prima di tutto fare un bell’esame di coscienza perché può essere utile concretamente a cambiare le cose.

        Mi piace

      4. Dici bene, bisogna rispettare i più deboli e farsi vedere e sentire. Anche nella bici che uso per divertimento monto un campanello e a volte in città ci aggiungo un fischietto.
        A me sembra che in Italia le persone sottovalutino tutto, quindi sia ciclisti che automobilisti che pedoni (perchè, loro no? Che attraversano guardando solo da una parte o neanche e non sempre sulle strisce).
        E o sono svampite o sono menefreghiste. Quando qualcuno si comporta bene, anzichè reputarla una cosa normale, quasi esulto. Poi dopo 2 metri becco il fissato con la bici da corsa che sfreccia nelle ciclabili in piena curva o la selva di SUV in doppia fila.

        Diciamo che se si usa sempre la bici si imparano certe cose: ci si sente in pericolo e di conseguenza si vorrà ridurre ancora di più il pericolo causato da nostri certi movimenti o velocità.
        Non penso ci voglia tanto a ridurre l’egocentrismo e ad usare solo l’istinto di sopravvivenza. Forse siamo tutti vittime della competizione sfrenata.. lo si nota bene quando si incontrano i tipi con le specialissime o con le mtb da xc: sono chiusi nel loro mondo e non ti saluteranno mai. Poi magari finito il giro, tornano a fare al vita di sempre spostandosi in auto.

        Mi piace

      5. Alessandro, se hai già capito tutto della vita, perché insisti a venir qui a predicare tra i “miscredenti”? Ti invito ad andare su un blog o un forum di automobilisti a predicare il rispetto dei limiti di velocità, o del divieto di sosta in doppia fila, sarà un’esperienza per te illuminante.
        Io mi sento un cittadino vessato, soggetto a leggi inique, non tutelato ed agisco di conseguenza. L’autocritica la lascio a chi la predica, non credo di poter chiedere scusa per comportamenti che non mi appartengono (p.e. le cuffiette), mentre per quelli che mi appartengono li rivendico tutti (puoi andarti a leggere i post che ho scritto nei mesi scorsi).

        Mi piace

      6. @marcopie Mamma mia che coda di paglia. Insopportabile atteggiamento, da “parrocchia”, da “categoria”. Vai dagli automobilisti, perché insisti a stare qui… A parte che ho scritto due cose ieri, per la prima volta, se disturbo non c’è problema, smetto subito. Il punto, come ha perfettamente capito Dani, al quale rispondevo, è dire qualcosa di costruttivo inerente al tema del post. Ci si chiedeva “perchè ci odiano”: ebbene io ho detto la mia. Potrei scrivere ore di parole infuocate contro automobilisti, scooteristi e pedoni incivili che ogni giorno mi fanno rischiare la vita mentre attraverso Roma in bici per andare al lavoro. O che mi mettono a rischio quando sono pedone, magari con mia moglie e mio figlio di quattro mesi nel passeggino. O che mi mettono a rischio quando sono costretto a prendere l’auto, con i loro comportamenti imprevedibili e contro ogni regola. Ok. Sfoghiamoci sul blog dei ciclisti, contro tutto il resto del mondo, nel post dedicato a capire perché ci odiano, letto da altri ciclisti che diranno “mamma mia che infamoni cattivoni, noi sì che siamo fighi e giusti”. E poi? Serve a qualcosa? Qui, mio caro, se c’è qualcuno che legge è molto probabilmente un altro ciclista, e allora è a lui che mi rivolgo! Gli dico di essere mille volte più attento, più rispettoso degli altri, più prudente in strada perché la strada è pericolosa, e lui fa parte della strada, e capita che anche lui può renderla più pericolosa per qualcun altro. Oltre che per sé stesso. Se “perdere tempo” a scrivere un commento su un blog può essere costruttivo allora ok. E ti assicuro che se mi sono fermato qui è perché trovo questo sito molto interessante. Quindi non sentirti offeso per le cuffiette che non usi. Non parlavo a te, evidentemente. Ma li guardi gli altri ciclisti come vanno in giro? Oggi stesso mentre ero fermo a un semaforo su Corso Vittorio Emanuele a Roma, una ragazza con cuffiette, senza casco o altro, è passata senza fermarsi, fra le persone che attraversavano sulle striscie al loro verde, immettendosi in modo scandaloso e pericoloso per le AUTO e le MOTO che sfrecciavano giustamente nel loro verde. E a Roma sono talmente abituati all’anarchia che neanche le hanno suonato, l’hanno evitata e vai così. Io sono rimasto allibito dal rischio che ha preso quella ragazza e dall’idea di quanti altri rischi del genere prende ogni giorno e fa prendere agli altri. Ma non diciamolo qui, altrimenti mi si offendono. Vallo a dire agli automobilisti di rispettare i limiti. Ok, ora vado. E scusate se ho disturbato eh.

        Mi piace

      7. Alessandro, il problema è che vorresti intervenire e contribuire alla discussione, ma continui a proporre solo luoghi comuni e banalità. O forse il problema è mio, che sto a discutere in rete da più di dieci anni, dei venticinque che ho passato in sella, e certi argomenti li ho già sentiti in tutte le salse decine e decine di volte.

        I ciclisti sono indisciplinati?
        Sì, sono indisciplinati, ma la maggior parte lo fa consapevolmente, e per tutta una serie di motivi. Il primo è probabilmente quello di riaffermarsi come presenza sulla strada, obbligare i conducenti degli altri veicoli a prendere atto dell’esistenza di chi va in bici e della sua “atipicità” rispetto al resto del traffico, per riprendersi degli spazi che sono stati nel tempo sottratti. (come “integrazione” a quest’analisi puoi leggere il post “Discriminazione modale”)

        Nel farlo si corrono dei rischi, spesso rischi calcolati, si finge anche disattenzione proprio per obbligare gli automobilisti ad accettare queste “presenze”, confidando nel fatto che una maggior “insicurezza” degli automobilisti possa alla lunga tornare utile a sé stessi o ad altri.

        Se poi vogliamo ragionare di sicurezza, l’unico intervento realmente in grado di aumentare la sicurezza di ciclisti e pedoni consiste nella riduzione della velocità degli autoveicoli, che dà ai loro conducenti maggior capacità di reagire agli imprevisti e riduce i danni fisiologici in caso di impatto. Forse giova ribadire quello che in altre nazioni è ormai da tempo letteratura: all’aumentare del numero dei ciclisti ne aumenta anche la sicurezza perché i guidatori degli altri veicoli imparano a guidare in maniera diversa, adeguandosi alle specificità del traffico ciclabile.

        Purtroppo ridurre le velocità di punta del traffico veicolare è un compito che le nostre amministrazioni bellamente ignorano da sempre, tocca di conseguenza ai ciclisti farsene carico in prima persona, rischiando la propria incolumità.

        P.s.: è anche vero che su percorsi quotidiani si imparano ben presto piccoli trucchi ed astuzie che consentono di effettuare manovre apparentemente a rischio con disinvoltura ed in relativa sicurezza, ed il “rischio percepito” è in realtà superiore a quello reale.

        Mi piace

      8. @marcopie Rispetto il tuo parere e sono d’accordo con la maggior parte delle cose che dici. Figurati se sottovaluto l’esperienza di uno come te.

        Penso però che parliamo di cose differenti, specialmente quando parli di ciclisti indisciplinati consapevolmente. Guarda che li distinguo anche io in strada quelli che passano col rosso consapevolmente e senza mettere a rischio nessuno (dando al limite solo il cattivo esempio a chi sta fermo ad aspettare e alimentando l’impressione comune che i ciclisti fanno ciò che vogliono) e quelli che invece sono del tutto IGNARI dei pericoli che corrono e che fanno correre. Ma solo io ne vedo a decine tutti i giorni? Ne incrocio a decine Marco, non capisco perché li noto solo io in questo blog. Gente col figlio dietro che fa quello che vuole, altri che sfrecciano fra le persone sulle striscie ecc. Oh, va beh, sono luoghi comuni e banalità. Come quando aspetti il verde pedonale per passare, scatta ti muovi e vieni sfiorato da una bici che passa a 2000 e che ti lascia pietrificato (esperienza personale). O come quando percorri i binari del tram, in sicurezza, e uno in bici arriva dall’altra parte sui tuoi binari, chissà perché è contromano anche se l’altra parte è libera, e senza neanche rallentare ti costringe quasi a finire nel solco, e ti sfiora a tutta velocità… Banalità che ogni giorno vedo in continuazione. Vedo sempre più gente andare in bici in città, e questo da un lato mi fa enorme piacere, ma noto che sono spesso faciloni delle due ruote. Improvvisati, che pensano di essere pedoni, o di fare una cosa divertente e basta. Io capisco il tuo atteggiamento difensivo, e lo appoggerei se le critiche arrivassero da un automobilista che il culo dalla macchina non lo leva mai. Come quando sento critiche trite e ritrite sui mezzi pubblici da gente che non li prende mai. Ecco, in quel caso capirei il tuo atteggiamento. Ma a dire che siamo troppo indisciplinati è un ciclista urbano con grande esperienza che vede troppe cose che non vanno, tutti i giorni.

        I trucchetti di cui parli li conosco anche io, li metto in pratica. Non sono un integralista delle regole. Semmai lo sono per la sicurezza, perché penso che tornare a casa interi sia la cosa più importante di tutte. E più passa il tempo più trovo modi sicuri di fare il percorso casa lavoro. Ci metto di più ma non è importante. E non vorrei che l’esperienza cui accenni per i ciclisti esperti porti ad abbassare le difese, e ad affrontare in maniera più leggera alcuni punti del percorso. (I ciclisti esperti a volte li vedo per esempio a via del corso, la sera, procedere fra le centinaia di pedoni a velocità improbabili. Ecco, secondo me semplicemente non va.)

        Quindi un invito: guardati intorno, osserva quante bici “inesperte” ci sono in giro.

        Sottoscrivo tutte le cose che aggiungi, ma il tema del post era un altro e di quello ho parlato, per come la vado io. Saluti.

        Mi piace

      9. Ah, ecco il punto. Quelli che chiami “ciclisti”, e a cui fai appello, secondo me appartengono ad una categoria intermedia che potrei definire “protociclisti” (la risposta sarebbe stata talmente lunga che ho preferito scriverci su un post a sé stante). 😉

        Mi piace

    2. Scusa Alessandro, ma perchè devi parlare male dell’anarchia? Se uno non rispetta sè e il prossimo mica è anarchico per forza, infatti per anarchia si intende semplicemente il non accettare strutture calate dall’alto per imprigionarci.
      Io quello che mi pare lo faccio se non procuro danni a me, all’ambiente e al prossimo. I ciclisti, motociclisti, pedoni e automobilisti romani che fanno un po’ come biiip je pare non sono anarchici, sono semplicemente dei cafoni irresponsabili che credono che saper guidare consista solo nello schiacciare all’acceleratore come vedono negli spot e nelle gare.
      Bakunin era un anarchico e lo era per liberare i popoli, mica per farli ammazzare l’un con l’altro, cosa che invece riesce bene da sempre agli imperi e agli Stati pieni di regole..

      Mi piace

      1. Sì, scusa, non volevo parlare male dell’anarchia in quel senso. Non ci ho pensato molto nello scrivere, volevo dire quello che intendi tu. Massimo rispetto per la “filosofia anarchica”!:)

        Mi piace

    3. Ma infatti, c’è gente adulta che usa spesso l’auto e quando inforca la bici se ne frega di tutto, anche della propria incolumità. Purtroppo sono tanti, specie d’estate.
      C’è però da dire che se ci sono diverse tipologie di ciclisti, gli automobilisti alla fine son quasi tutti dei menefreghisti, perchè l’auto è un mezzo che ti rende stressato e voglioso di supremazia. Ci sono adulti che insultano tutti, donne sbadate che se rimproverate diventano volgari come i primi, ragazzi che superano e svoltano subito senza freccia o gente che apre le portiere senza guardare lo specchietto.
      Se un ciclista vuole ammazzarsi, faccia pure, ma se un automobilista compie le stesse scellerate azioni menefreghiste, mi incazzo visto che di mezzo ci va la salute del prossimo innocente.

      Mi piace

  9. Anche i ciclisti devono o dovrebbero dannarsi con CdS e segnaletica. Chi non lo fa o lo fa in un campo (tecn. fondo privato) oppure si considera troppo libero rispetto a quello che in realtà è giusto che sia!

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...