Un ciclista da marciapiede

Premetto che sono molto arrabbiato. Da ormai due settimane partecipo attivamente alla campagna “Salviamo i ciclisti”, promotrice di un ripensamento del luogo comune che vuole i ciclisti corresponsabili della pericolosità delle strade. È un lavoro iniziato a Roma due anni fa, avviato dalla morte di Eva, proseguito attraverso il coordinamento Di Traffico Si Muore, e che è finalmente approdato ad una dimensione nazionale.

Giusto ieri la fatidica goccia che fa traboccare il vaso: il comune di Milano commemora la memoria di Giacomo, ragazzo di quattordici anni schiacciato da un tram per colpa dell’apertura distratta della portiera di un’auto parcheggiata in seconda fila. Lo fa con un “Manuale per la sicurezza del Ciclista” in formato e-book (non intendo linkarlo, cercatevelo) nel quale, per l’ennesima volta, di tutto l’onere della sicurezza sulle strade si fanno carico unicamente i ciclisti, oltretutto ribadendo l’obbligo di “rispettare le regole” del CDS.

Difficile far comprendere a dei non ciclisti la rabbia che sto provando in questo momento, come pure la vergogna che provo nei confronti di quell’amministrazione comunale, specchio di ogni altra amministrazione pubblica italiana, sottoprodotti di un elettorato pigro, opportunista e conformista, appiattito sui luoghi comuni che i mass media e la pubblicità delle case automobilistiche veicolano da decenni.

Difficile, dicevo, ma ci proverò. Con degli esempi.

Immaginate di voler “commemorare” la memoria di una donna stuprata ed uccisa con un manuale di comportamento che inviti le donne ad indossare il Burqa, a non uscire da sole, a rinunciare alla propria autonomia e libertà.

Immaginate di voler “commemorare” i bambini mutilati ed uccisi dalle mine anti-uomo fabbricate in Italia con un manuale che suggerisca ai bambini che vivono nei teatri di guerra di non raccogliere oggetti strani, e se possibile che le famiglie stesse non li facciano uscire di casa.

Non vi sembrerebbero delle beffe crudeli? Non vi sembrerebbero proposte oscene?

Beh, qui siamo in una situazione del tutto analoga. Le strade italiane mietono più vittime “civili”, ovvero utenti disarmati come pedoni e ciclisti, di un qualsiasi teatro di guerra. Vediamo i funerali di stato per occasionali soldati uccisi in Afghanistan, ma le migliaia di vittime della motorizzazione di massa passano quotidianamente sotto silenzio.

La stampa parla di “incidenti”, ma migliaia di morti ogni anno, per decenni, sempre con le stesse dinamiche non sono classificabili come incidenti, sono l’indicazione di un meccanismo fallace, sbagliato, sostanzialmente criminale e purtroppo impossibile da rimettere in discussione. La pericolosità delle automobili, la loro parificazione con armi di offesa, è un tabù immenzionabile, un tragico “rimosso” della cultura contemporanea.

A questi signori, che pontificano dall’alto di lussuosi scranni di cose che non conoscono, che non hanno mai percorso in prima persona in bicicletta quelle stesse strade sulle quali veniamo falciati ed uccisi quasi ogni giorno, che si limitano a buttarci un occhio annoiato mentre vengono scarrozzati sulle auto blu, che hanno abbandonato le pubbliche strade all’arroganza del più forte, alla cafonaggine del “più grosso”, all’abbandono ed al “far-west”, e nonostante questo pretendono di insegnarci quello che “dobbiamo fare” per la nostra sicurezza, vanno tutta la mia disistima ed il mio disprezzo.

Io lo so benissimo cosa devo fare per la mia sicurezza. L’ho imparato sulla mia pelle in ventiquattro anni di ciclismo urbano sulle strade di una città violenta e selvaggia come Roma. L’ho imparato vedendo amici e conoscenti incidentati, traumatizzati, finiti in coma, morti. Domandandomi ogni volta che si usciva insieme “Chi sarà il prossimo? A chi toccherà la prossima volta?” L’ho imparato e sono sopravvissuto.

E la dura lezione della strada è semplice e brutale: “dimenticati delle leggi fatte dagli altri… se vuoi sopravvivere le leggi fattele da te, e rispetta solo quelle”. Il Codice della Strada italiano ha delle norme in teoria molto valide. Ma se vengono sistematicamente ignorate e disattese, se non vengono fatte rispettare a quelli che rischiano la pelle altrui e non la propria, diventa ancor meno utile della carta igienica.

Il Codice della Strada ci obbliga a stare sulla carreggiata, ma non è in grado di obbligare le automobili a sorpassarci ad una distanza di sicurezza, negandoci di fatto la fruizione di quello spazio. Non stupisca se a quel punto me ne prendo altri. Ho bici ammortizzate in grado di salire e scendere al volo dai marciapiedi: mi prendo i marciapiedi. Non sono meglio della strada, mi rallentano e mi fanno litigare coi pedoni, ma rappresentano comunque un male minore rispetto alle fratture o alla morte.

Le piste ciclabili sono fatte male, sconnesse, spezzettate, sporche, semi-abbandonate, ingombre di pali, raffazzonate… se ho fretta mi riprendo la strada, con buona pace del fatto che il CDS mi obblighi a stare sulla pista.

E quando sono sulla sede stradale, se posso avvantaggiarmi di un tratto libero dal traffico “bruciando” un semaforo in sicurezza non ci penso su due volte. Più lontano mi tengo dalle automobili più difficilmente potranno urtarmi. Passo sui prati, scendo scalinate, imbocco strade contromano, ma non per divertimento o allegra incoscienza, semplicemente per tutelare la mia sicurezza, dal momento che né la legge né lo stato se ne preoccupano minimamente.

Non pretendo che questo mio comportamento venga preso a modello, non sto qui ad incoraggiare altri a seguirlo, è semplicemente il risultato di un’evoluzione personale. Non copiatemi perché su di voi potrebbe non funzionare: servono riflessi pronti, esperienza, freddezza ed una esatta percezione dell’istante.

Ma ho già visto troppi ciclisti rispettare le leggi e venir falciate da altri che non le rispettavano, il tutto nell’indifferenza o con la connivenza delle pubbliche amministrazioni a qualsiasi livello, nel perenne rimasticamento di luoghi comuni dei mass-media, nelle “lacrime di coccodrillo” del politico di turno. Non si può pretendere il rispetto delle leggi da parte dei soggetti maggiormente penalizzati da quelle stesse leggi, quando poi si abbandonano le strade al totale arbitrio, all’anarchia, alla giungla.

Quello che mi sento di dire ai ciclisti è molto semplice: il rispetto delle leggi non vale la vostra vita. Rispettate voi stessi, perché le leggi non vi rispettano, né tantomeno gli utenti “corazzati” della strada lo faranno. Tutelate voi stessi, perché il codice della strada non vi tutela, gli organi preposti non vi tutelano, gli amministratori pubblici non vi tutelano, i legislatori non vi tutelano.

Indossate pure il casco, ma non fidatevi del casco.
Accendete pure le luci di notte, ma non fidatevi delle luci.
Rispettate pure il CDS, ma non fidatevi del CDS.
Condividete pure la strada con gli automobilisti, ma non fidatevi degli automobilisti.

E soprattutto… state attenti là fuori, è un mondo spietato.

E tale rimarrà finché non l’avremo cambiato.

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47 pensieri su “Un ciclista da marciapiede

  1. Già, anche io vivo a Roma e la penso alla stessa maniera. Per attraversare certi svincoli del GRA, vedi Anagnina, Tuscolana, lo devo fare contromano per avere una più rapidità di attraversamento e vedere l’attimo propizio per farlo, per poi ripassare sulla corsia giusta appena possibile. Questa mattina ero ad ostia, altezza della rotonda, attraversavo sulle strisce, l’unica macchina che si è fermata per farmi attraversare era un’auto con targa gialla, credo “GB” il conducente vedendomi si è fermato facendomi gesto con la mano di accomodarmi ad attraversare. Passare con il rosso appena posso lo faccio, per lo stesso motivo che hai descritto. Di quale codice della strada stiamo parlando?

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  2. Concordo in pieno con questo bellissimo post.
    Io, quando scelgo di muovermi in macchina o motorino (perche’ devo portare delle personne o delle cose) rispetto il CdS alla lettera, facendo arrabbiare le auto dietro se inchiodo per far passare un pedone sulle strisce. Ma quando sono in bici, do la precedenza solo ai pedoni e altre bici, non le auto. Non pretendo di rispettare un CdS che a Roma non si applica mai.

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  3. Mi conforta sapere che i ciclisti condividano il mio pensiero.
    Solo chi in bici non ci va (politicanti compresi), può ancora ripetere la cantilena “sì, ma dovete rispettare il CDS”.
    E’ molto facile fare i moralisti sulla pelle degli altri…

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  4. sono daccordo con tutti voi. siamo vittime di un sistema politico folle che ha costruito città non adatte agli uomini senza cavallo meccanico a petrolio. il futuro però non siamo noi giovani e forti. io ho 38 anni e un po di forza, di vista e di attenzione mi è rimasta ma sogno una città dove i più deboli, mio figlio e mio padre, anche mia madre possano andare in bici. come in emilia romagna dove la bici è trasversale. oggi a roma vedo principalmente giovani universitari e lavoratori in bici ma se non proteggiamo i ciclisti in un sistema di regole nè i bambini nè gli anziani potranno mai riappropriarsi della città. a questo dovrebbe servire il CDS. per il momento purtroppo siamo all’anarchia, giustificata ma non sofficiente.

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    1. E’ un sistema funzionale al far vendere più automobili possibile. Ma sta per finire. Ai costi attuali dei carburanti insistere sulla mobilità privata è un suicidio. La mia preoccupazione è che pur di non accettare il cambiamento finiremo, appunto, col suicidarci come collettività.

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  5. L’ultima moda degli automobilisti ? sorpassare un ciclista ad un centimetro e guardare dallo specchietto retrovisore l’effetto che fa !!! rispettete i ciclisti !!!!!

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    1. E’ capitato anche a me.Chi si comporta in questa maniera crede che se è al volante, ha una certa supremazia su quello a 2 ruote, cosa che non farebbe mai se ci fosse un tir. A volte la prepotenza e l’imbecillità e proporzionale al mezzo che si guida.

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      1. quando lo fanno a me spero vivamente che guardino nello specchietto retrovisore… per fargli leggere il labiale…

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    2. Il problema è che pur di far vendere più automobili le abbiamo messe in mano ad ogni sorta possibile di dementi, dagli alcoolisti, agli impasticcati, agli ultraottantenni in preda a demenza senile, ai deficienti tout-court. Un giro di vite sul rilascio delle patenti non può far che bene a tutti.

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  6. faccio tutto ciò che dici Marco, escluso i marciapiedi. tutte le volte che ho avuto incidenti (sono un corriere in bici) rispettavo alla lettera il CDS. curioso no? brucio enne semafori rossi tutto il giorno passo contromano e puntualmente vengo sdraiato quando ho la precedenza. è una giungla e l’unica cosa che conta portare a casa la pellaccia a qualunque costo!

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    1. Timo, un corriere in bici rischia IMHO molto di più di un militare professionista (e guadagna 1/10). A differenza di te, che devi correre ed avere una bicicletta molto filante e leggera, io posso permettermi il lusso della lentezza e tenermi un po’ più lontano dalla strada grazie ai marciapiedi…

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  7. Io per vent’anni, come la brutta copia di Jennifer Beals, mi sono attraversata giornalmente con una bici da corsa, in lungo e in largo, il capoluogo meneghino. Frenate all’improvviso, portierate in faccia, tagli di strada, acrobazie con le ruote nei binari, ne sono uscita, non poco traumatizzata, ma c’ho fatto l’abitudine. Poi mi sono trasferita in una piccola città, dove le piste ciclabili anche qui sono random, ma almeno le distanze da percorrere sono minori e quindi, teoricamente, si rischia meno la pellaccia. Sai che consolazione… Cmq, anche per me, marciapiedi tutta la vita!
    A presto
    G.

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  8. no, beh… tutti a casa, questo è l’articolo dell’anno in tema di mobilità e ciclismo urbano…
    complimenti, dal mio retroterra di qualche anno passato per le vie di Novara, Milano e ora Torino, non posso che condividere in silenzio tutto questo…

    grazie di cuore

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  9. Condivido pienamente le tue parole…hai espresso benissimo quello che tutti i ciclisti urbani pensano, a mio avviso! In Italia e sopratutto al sud siamo molto indietro rispetto ad altri paesi europei nell’adeguamento dell’urbanistica alle esigenze dei ciclisti. E’ evidente che abbiamo bisogno di un’inversione di rotta!

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  10. capisco benissimo perché anche io faccio le stesse scelte: prima la mia sicurezza (e la sicurezza dei pedoni, ovviamente). Ho perfino rischiato una multa per non aver percorso gli unici quattro metri (vero!!!) di pista ciclabile di via Sarpi, a Milano, per non disturbare appunto i pedoni. peraltro la “pista” termina contro un chiosco di fiori. Chi offre queste ciclabili ha un eccesso di fantasia!

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  11. Abito a Roma e purtroppo devo rinunciare alla volontà di venire in bici al lavoro, per dirla tutta i mezzi a due ruote in generale non sono sicuri a Roma…come nelle altre città, da quando un giorno mi hanno “sdraiato” sul raccordo ho rinunciato alle due ruote in città, aggiungo che per fortuna dietro di me non ci fosse nessuno, altrimenti non sarei qui a raccontarvi…Le persone nel traffico la mattina o il pomeriggio sono invasate, non controllano gli specchietti nei cambi corsia, in poche parole non hanno consapevolezza del fatto che in città possono viaggiare mezzi a due ruote
    Mi piacerebbe farmi quei 15 km più o meno che mi separano dal lavoro ogni mattina…ma proprio per queste ragioni vi rinuncio…e cmq ho scelto la mountain bike anche perchè cosi non devo pedalare su bitume, rischiando costantemente
    ciao a tutti

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    1. Andrea da dove parti e dove dovresti arrivare ? ci sono tante persone che ormai usano la bici tutti i giorni ed aumentano ogni giorno, se può esserti di aiuto ti segnalo qualche percorso:
      http://ciclomobilisti.forumfree.it/?f=7928918

      La ciclabile di cui parli (se ho capito bene è su via Oberto) che “finirebbe” contro un’edicola in realtà “continuerebbe” sul marciapiedi opposto…
      http://maps.google.it/maps/ms?msid=217948808235858009977.000453dae8a61d67931ad&msa=0&ll=41.849872,12.590203&spn=0.025606,0.038581

      marco

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  12. … è bene che la popolazione dei ciclisti faccia sentire sempre più la sua indignazione! Si devono organizzare sempre più non solo bicliclettate collettive per rendere visibile che un’alternativa alla macchina c’è anche e soprattutto per chi abita in città, ma anche manifestazioni di protesta tipo quelli che si vedono nel filmato degli anni 60/70 in Olanda … con centinaia di bici in mezzo alle strade per denunciare le centinaia di morti investiti ( http://video.repubblica.it/mondo/olanda-cosi-sono-nate-le-ciclabili/89068?video&ref=HREC2-2 ):
    Ho scritto anch’io un post in un mio blog (di getto e di rabbia, non appena ho letto quell’opuscolo!) che ho voluto intitolare ironicamente “‘Consigli per la sicurezza di chi va in bici’: un opuscolo davvero utile ai ciclisti cittadini?”
    http://enzocontini.wordpress.com/2012/03/06/consigli-per-la-sicurezza-di-chi-va-in-bicicletta-libretto-distribuito-dal-comune-di-milano-davvero-un-opuscolo-utile-ai-ciclisti-cittadini/

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  13. Sono quasi d’accordo con tutto. L’unica cosa è che io invece a Milano, in Via Torino, camminando sul marciapiede che è fatto per i marciapiedisti (o pedoni), devo avere gli occhi davanti dietro a destra e a sinistra e mettere la freccia, se per caso mi sposto, se non voglio essere falciata da un ciclista. Per adesso mi è andata bene, ma giusto appunto perché uso tutti questi accorgimenti. Solo qualche manubrio nei fianchi ogni tanto ! Per il resto, ho detto, sono d’accordo

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    1. Un ciclista sul marciapiedi non dovrebbe andare più veloce dei pedoni (a meno che il marciapiedi sia deserto). Purtroppo non posso fare a meno di pensare che i pedoni sono con molta probabilità gli stessi che parcheggiando le automobili sui due lati delle strade occupano di fatto gli spazi che potrebbero essere utilizzati per le piste ciclabili.

      Da un punto di vista “etologico” l’invadenza di predatori più forti ed aggressivi (gli automobilisti) spinge i predatori meno aggressivi (i ciclisti) ad occupare territori marginali (i marciapiedi), contendendoli a predatori ancora più deboli (i pedoni).

      Gli spazi nelle città non sono inesauribili, e ne abbiamo già sacrificato la maggior parte per accontentare i possessori di automobili, sia per farle muovere che per tenerle ferme. Un buon punto di partenza potrebbe essere vietare la sosta a tempo indeterminato sugli spazi pubblici, e tariffare pesantemente quella a tempo determinato. La gran parte degli automobilisti si riconvertirebbe al trasporto pubblico a vantaggio di tutti. Ci sono paesi che hanno fatto questa scelta, il nostro no (e infatti stiamo peggio).

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      1. Sono sbalordita. Giusto ieri una ciclista quasi settantenne ha quasi falciato la mia bambina di 3 anni mentre camminavamo sul marciapiedi, dandomi poi della scema (lei a me!). Io non sono un pedone/automobilista che all’occorrenza parcheggia l’auto sulla pista ciclabile o in doppia fila e che si mette a fare la bulletta al volante, al contrario, l’automobile la uso solo per andar via da Milano se non ho altra scelta, e mi sembra ridicolo giustificare una condotta scorretta sostenedo che “i pedoni sono con molta probabilità gli stessi che parcheggiando le automobili sui due lati delle strade occupano di fatto gli spazi che potrebbero essere utilizzati per le piste ciclabili”.
        Lei mi sembra francamente troppo ossessionato dalle auto, farebbe bene a calmarsi e a cominciare a pensare che un ciclista è una persona normalissima, non un perseguitato.
        Se gran parte della gente trova i ciclisti degli scocciatori è perchè molti di loro sono maleducati quanto gli automobilisti, e non mi venga a dire che però voi siete inoffensivi perchè se ieri la spavalda vecchietta fosse riuscita a centrare la mia bambina non credo le avrebbe fatto soltantoun graffietto.
        Saluti.

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      2. Se gli spazi delle città fossero distribuiti in modo equo e l’educazione avesse insegnato il rispetto degli altri, non ci sarebbero tutti questi problemi!
        Invece gran parte dello spazio disponibile nelle città è stato “sacrificato per accontentare i possessori di automobili” (strade, parcheggi) a scapito anche dei marciapiedi talvolta (almeno in passato) addirittura ridotti in larghezza per ampliare le corsie.
        Poi di maleducati se ne trovano su tutti i mezzi, in macchina, in bici, a piedi … ma questo è un altro discorso, mi sembra!
        Sicuramente una persona educata e rispettosa degli altri quando è costretta per la propria incolumità e quella dei propri figli ad utilizzare in bicicletta il marciapiede per percorrere alcuni tratti, và a passo d’uomo cercando di non intralciare o spaventare minimamente i pedoni ed anzi aspetta di avere sufficiente spazio prima di eventualmente superare qualcuno che cammina lentamente. Io che rispetto sempre questi principi ben raramente ho avuto a che ridire con qualche pedone e quelle poche volte il livello intellettivo della persona era palese così come la stupidità e pretestuosità delle sue argomentazioni!
        Non si tratta di una guerra di religione, si tratta di educazione e rispetto degli altri: se parcheggio anche solo temporaneamente dove ci sono le strisce pedonali impedisco ai pedoni (soprattutto se con carrozzina o con handicap) di passare, così come se invado con la macchina una pista ciclabile … e questo lo devo capire anche se non ho un bambino piccolo in carrozzina, non ho un handicap e non ho una bici (anche se capisco sia molto educativo essere talvolta anche dall’ “altra parte”); se dovendo andare sul marciapiede con la bici urto o anche solo spavento dei pedoni, il discorso è esattamente lo stesso.
        Personalmente devo dire che raramente ho incontrato ciclisti strafottenti e arroganti, incuranti dei pedoni, così come raramente ho trovato pedoni che mi riprendessero con arroganza seppure io rispetti sempre i principi di cui sopra quando uso i marciapiedi andando in bici.
        Voglio anche evidenziare che molto spesso, quando esistono piste ciclabili, soprattutto quando ritagliate ai margini di un marciapiede o su parte del medesimo, la stessa promisquità tra bici e pedoni si può osservare assai sovente: provi un pedone a camminare su una pista ciclabile in Olanda … l’investimento è assicurato! Qui in Italia direi invece che generalmente i ciclisti sono abituati a questo andazzo e l’attenzione è maggiore.
        Mi spiace, ma condivido comunque per esperienza la convinzione che l’arroganza e la strafottenza sia generalmente soprattutto una prerogativa dei più forti e di quelli che detengono una maggioranza: nel caso dei mezzi di locomozione sicuramente è degli automobilisti, così come questi ultimi giustamente possono indicarla nei camionisti. Più si è grandi e ci si crede “invulnerabili”, più il nostro ego malato si sente quasi in diritto di dominare. Io stesso noto che quando sono al volante di una macchina devo sforzarmi di non essere un’altra “persona”, ad esempio a rallentare (anzichè magari accelerare) se devo girare a destra e potrei essere di intralcio ad un ciclista davanti a me, obbligandolo a rallentare.
        E’ tutto un problema di educazione: d’altra parte in una società dove viene esaltato chi è potente, chi è forte, chi è stafottente, chi è al di sopra degli altri … che cosa possimo pretendere? Bisogna partire dall’educazione dei nostri figli e sperare in un futuro migliore … anche se i segnali non sono certo rassicuranti!
        Incominciamo comunque ad educarli noi, facendoli far parte di tutti quei sottoinsiemi, quello dei ciclisti (portandoli in bici), quello delle persone con il passeggino (facendo loro tirare quello del fratellino piccolo), quello delle persone con handicap (facendo loro tirare la carrozzina di una persona con handicap, magari la nonna anziana): forse si ricorderanno di queste esperienze quando avranno in futuro la possibilità di parcheggiare comodamente ma in modo incivile!

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      3. Salve Elena,
        Purtroppo la maleducazione è cosa diffusa in questo paese, indipendentemente dal veicolo condotto. Non mi sento di prendere le difese della settantenne (anche se sarei curioso di conoscere anche le sue, di argomentazioni), così a spanne mi sentirei di dire che, a meno di follia conclamata dell’anziana, potrebbe non aver avuto tutti i torti (a parte quello, nativo, di essere sul marciapiedi).
        Il suo episodio me ne ha ricordato un altro accaduto sui navigli di Milano, dove un ragazzo facente parte di una scolaresca in gita sulla pista ciclabile si produsse in una manovra azzardata causando la caduta nel naviglio di una ciclista (anziana) che sopravveniva. La ciclista morì, e i genitori del ragazzo (la scuola non aveva sottoscritto assicurazione) furono trascinati in una lunga e sofferta causa legale in cui corsero il rischio di dover vendere casa per pagare i danni.

        Comunque tempo addietro mi sono dato pena di tradurre dall’inglese una fiaba di Terry Jones (ex Monty Python), che non parla esplicitamente di biciclette e/o automobili ma solo di bambini e diavoli cattivi. La legga fino alla fine e si renderà conto dell’attinenza con tutta questa discussione.

        P.s.: per il resto, molto di quello che le avrei voluto rispondere l’ha già anticipato Enzo Contini.

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  14. Anche io vado in bicicletta per Roma dai tempi del ginnasio. Oggi ho 39 anni. La bici mi piace, anche esteticamente, e non ne saprei fare a meno, al contrario dell’automobile, che non possiedo. Certo, la sopravvivenza sta diventando sempre più difficile. Traffico ed inquinamento sono a livelli che secondo me questa città, che pure è da decenni stabilmente in vetta a tutte le statistiche negative, non aveva ancora conosciuto. L’inerzia dell’amministrazione ha raggiunto livelli tali da domandarsi cosa ci stanno ancora a fare un assessorato alla mobilità e uno all’ambiente. Però io insisto e resisto. Mi dispiace strumentalizzare una passione ma ormai non posso negare che utilizzo la bicicletta anche per questioni di militanza bella e buona. Appena trovo il tempo di organizzarla seriamente intraprenderò anche qualche campagna legale. Per esempio sulla questione della responsabilità civile, che per come è strutturata oggi di fatto consente a chi guida in maniera impropria l’automobile di farlo senza alcun rischio, patrimoniale o personale, e trasla tutto il rischio a carico del danneggiato (automobilista, pedone o ciclista che sia). E’ un sistema basato sul diritto dell’automobilista di usare e di abusare, che ha aiutato l’industria automobilistica ad assurgere a principale fattore di sviluppo economico di questo paese (13% del PIL) ma che non ha davvero alcuna giustificazione etica. Qualcosa bisognerà fare anche con riguardo alla qualità dell’aria perchè non è possibile che con i livelli di inquinamento attuali e i danni che ne derivano i nostri amministratori siano ancora tutti lì.

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    1. Anch’io vado in bici da più di vent’anni ed ho visto cambiare questa città in peggio un anno dopo l’altro, con giunte di ogni colore. Il limite, secondo me, più che negli amministratori (che rappresentano fedelmente il cittadino medio) sta proprio nella cittadinanza che li elegge. Egoisti, ignoranti, disattenti, veramente quel “volgo disperso che nome non ha” di cui scriveva Manzoni. Ormai confido solo nell’acuirsi della crisi per risvegliare l’attenzione e l’intelligenza del “popolino”.

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